«Luigi Rusca ha cinquantotto anni. È di corporatura alta, slanciata, con un viso lungo e pallido, segnato da più rughe profonde e violentemente discendenti, e queste, il naso forte e spiovente e la fronte alta e tormentata sulla quale, dai capelli compartiti a mezzo, due lunghe e ribelli ciocche grigio-ferro spiovono sino quasi a toccare le sopracciglia folte e aggrottate, contribuiscono ad accentuare il generale movimento rettilineo e angoloso del viso e dell’intera persona. Ha occhi grigio-caldo, non mobili, ma svegli e intenti, e a causa di un suo costante vezzo di tenere puntato in avanti il capo, inarcati e sogguantanti, con un’espressione che mescola ostinazione, diffidenza, e un poco in fondo, timidità. […] È anticlericale acerrimo, sull’uscio della sua camera da letto è infissa una una di quelle targhette a lettera combinabili, come si vedono alle porte degli appartamenti d’affitto, e che porta la scritta: “funerali civili”. È buono, lunatico e pigro» (F. Sacchi, Diario 1943-1944 – Un fuoruscito a Locarno, a cura di R. Broggini, Lugano, 1987, pp. 23-24).